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La malattia da virus Ebola è una febbre emorragica grave, ad esordio improvviso e a decorso acuto: colpisce i primati e l’uomo. E’ sostenuta da un virus ad RNA, appartenente alla famiglia dei Filoviridae, genere Filovirus; ad oggi ne sono stati identificati 5 sottotipi diversi:
•    Zaire
•    Sudan
•    Ivory Coast
•    Bundibugyo
•    Reston (USA)
I primi quattro si sono resi responsabili di epidemie umane nei rispettivi paesi africani; mentre l’ultimo, isolato negli Stati Uniti in macachi esportati dalle Filippine, risulta patogeno per i primati ed asintomatico    nell’uomo.
Per giungere all’uomo il virus potrebbe essere passato dalle volpi volanti alle scimmie, o altri animali della foresta, e infine all’uomo, attraverso il fenomeno del bushmeat, cioè l’alimentazione con carni di animali selvatici, come scimpanzé o gli stessi pipistrelli della frutta, probabilmente per contatto con carni o liquidi     biologici.
Il contagio interumano avviene per contatto con liquidi biologici, quali sangue, sperma , saliva, urine, o con oggetti contaminati, durante l’assistenza sanitaria dei ricoverati, o per contatto con i cadaveri durante le operazioni di sepoltura.
Ad oggi, l’epidemia di Ebola nell’Africa centro-occidentale continua a riguardare quattro Stati: Guinea, Liberia,    Nigeria    e    Sierra    Leone.
In totale, sono stati riportati più di 2400 casi sospetti, dei quali 1400 confermati dall’inizio dell’epidemia, con oltre 1300 decessi sospetti, dei quali circa 800 confermati.
Pur trattandosi di piccoli numeri rispetto alla popolazione totale, tuttavia si tratta della più significativa epidemia    di Ebola    mai    registrata.
Ebola è presente in Africa centrale dalla fine degli anni ’70; storicamente le epidemie di Ebola, che si sono susseguite ininterrottamente in questi anni, hanno sempre riguardato la regione compresa tra Congo, Sudan, Uganda e Gabon, dove si pensa che il virus sia emerso per la prima volta nell’uomo, probabilmente a partire da un virus dei pipistrelli attraverso una catena di trasmissioni che coinvolge altri mammiferi tra    cui scimpanzé,    gorilla    ed antilopi.
I pipistrelli che rappresentano gli ospiti naturali, sono conosciuti anche come “volpi volanti” o “pipistrelli della frutta” ed appartengono al genere Pteropus, in particolare Hypsignathus monstrosus, Epomops franqueti e Myonycteris torquata; essi risultano essere resistenti al virus, assumendo così un ruolo fondamentale nel mantenimento del virus.
L’area di diffusione dei pipistrelli comprende tutta l’Africa sub-Sahariana, quindi, potenzialmente, il virus può emergere anche in zone diverse da quelle in cui è comparso la prima volta. Questo dipende da vari fattori, inclusi quelli che influenzano la demografia degli ospiti naturali del virus (pipistrelli in questo caso) e le dinamiche della catena di trasmissione all’uomo, che al momento conosciamo poco. Ricordiamo che un caso di Ebola era stato riportato in Costa d’Avorio (paese confinante    con    l’attuale    zona    epidemica)    nel    1994.
Ricordiamo    quali    sono    le    modalità    di    trasmissione:
– Il virus resta in incubazione tra i 2 e i 20 giorni, ma durante questo periodo il paziente non trasmette la    malattia.
– L’infezione avviene esclusivamente attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei di un paziente sintomatico (sangue, secrezioni mucose, urina, saliva, sperma). In particolare, il liquido seminale può essere fonte di infezione fino a due mesi dopo la guarigione del paziente.
– Dato che la comparsa dei sintomi precede il periodo in cui la persona infetta è contagiosa, il rischio di diffondere la malattia anche in seguito a spostamenti in aereo o con mezzi di trasporto è molto basso, in quanto la sintomatologia è piuttosto severa (febbre alta improvvisa, estrema debolezza, dolori muscolari diffusi) e quindi indurrebbe il paziente a cercare immediatamente assistenza medica e ne limiterebbe comunque gli spostamenti.
Per quanto riguarda terapia e profilassi, sono al momento in sperimentazione clinica sia vaccini che farmaci. Il trattamento prevede la terapia intensiva del paziente volta a sostenerne le funzioni vitali, intanto che il suo sistema immunitario combatte l’infezione.
Negli ultimi giorni è stato utilizzato un siero, chiamato “ZMAPP”, ricavato da anticorpi monoclonali prodotti da tre topi diversi in risposta all’esposizione al virus. Ancora in fase di sperimentazione sulle scimmie, il siero è stato somministrato, con conseguente guarigione clinica, come atto compassionevole ad un medico missionario, viste le gravi condizioni di salute dello stesso.
L’elevato tasso di mortalità del virus è anche da mettere in relazione alla difficoltà di fornire assistenza di livello elevato nelle zone colpite. Un’epidemia di Ebola nei nostri paesi (ipotesi del tutto teorica e molto improbabile), avrebbe certamente un profilo differente.
Le difficoltà maggiori sono sia di ordine culturale (limitare le pratiche funerarie tradizionali che prevedono lo stretto contatto tra i parenti e le vittime, con possibilità di contagio), sia demografico (spostamenti frequenti della popolazione all’interno dell’area interessata dall’epidemia che sono difficili da controllare e limitare anche a causa delle particolari caratteristiche geografiche della zona); inoltre, i paesi colpiti hanno infrastrutture sociali e sanitarie molto fragili e poco sviluppate. La diagnosi di Ebola nei primi stadi non è facile, in quanto i sintomi possono essere facilmente confusi con quelli dovuti a colera, malaria, meningite, tifo e febbri tifoidi o altre febbri emorragiche.
In laboratorio la diagnosi si ottiene con l’isolamento virale attraverso l’inoculazione di un campione di sangue, urina o saliva, in colture cellulari (pratica molto rischiosa per    l’operatore) oppure tramite    ELISA,    PCR,    o    Immunofluorescenza    indiretta.

Dr. Gaetano Desio